L’Opera nella storia

Alcune premesse sono opportune per contestualizzare la fondazione dell’Opera.

Con la nascita dei seminari, in applicazione dei decreti del concilio di Trento, si avviava in modo progressivo e non uniforme nelle singole diocesi la formazione dei futuri presbiteri in un’apposita struttura. Per il sereno svolgimento dei compiti assegnatigli, i vescovi dovevano garantire al seminario anche un’autonomia amministrativa, assegnando beni in grado di produrre un reddito stabile e sufficiente. Per venire incontro ai figli delle famiglie meno abbienti vennero istituite le “piazze franche”, cioè le borse di studio, sia da enti ecclesiastici (es. cattedrali) sia da istituzioni laiche (es. le amministrazioni comunali).

Intorno alla metà del sec. XIX, per l’impulso dato alla formazione culturale e spirituale dei futuri preti da papa Pio IX, si registra la progressiva scomparsa del chiericato esterno e l’incremento conseguente dei chierici accolti in seminario. Con una duplice conseguenza: le famiglie devono mantenere il figlio in seminario, mentre le “piazze franche” diminuiscono; il seminario necessita di maggiori risorse finanziarie.

Il concilio tridentino aveva disposto pure che bisognava evitare l’accesso allo stato clericale per garantirsi un sostentamento, usufruendo del patrimonio ecclesiastico. Pertanto, venne stabilito che prima dell’ordinazione suddiaconale si doveva avere il titolo di patrimonio, cioè bisognava costituire un proprio beneficio per garantirsi una rendita minima annua; prassi che dura fino al Vaticano II.

Diamo uno sguardo sommario alla situazione amministrativa del seminario nella diocesi di Catania tra ‘800 e ‘900. Il nostro seminario iniziò la sua attività nel 1569 e venne canonicamente eretto nel 1572 dal vescovo Antonio Faraone. Quando il Dusmet, nel novembre 1867, decise di avocare a sé l’amministrazione dei seminario, al fine di risolvere un intrigato scontro degli anni precedenti fra rettore del seminario e vicario capitolare, durante la sede vacante, la cassa era in deficit di poco più di 140 onze.

L’impegno profuso nel risanamento dell’economia del seminario, nella riscossione dei censi e dei canoni enfiteutici e nella vertenza per la rivendicazione dei suoi diritti contro le leggi eversive, fecero in modo che nel 1876 la rendita netta patrimoniale del seminario catanese fosse di gran lunga la più elevata dei seminari siciliani: lire 20.512 e 82 centesimi. Ad essa erano da aggiungere i proventi delle rette pagate dai seminaristi per il loro sostentamento in seminario.

Tuttavia, all’inizio dell’episcopato di Giuseppe Francica Nava pare che le condizioni economiche del seminario fossero difficili. Il 17 marzo 1897 scriveva al card. Rampolla, segretario di Stato: «i bisogni di quel Seminario Diocesano, a vantaggio di cui fu benignamente assegnato dalla S. Sede il prodotto delle anzidette elemosine, sono divenuti ancor più pressanti, sia perché diminuite le rendite di quel Seminario, insufficienti già ad aiutare i chierici poveri che sono la maggioranza; sia perché le stesse poche rendite si esigono con grande difficoltà e sia in fine, perché in quest’anno si è costretti a pagare al governo una forte tassa straordinaria di circa 2.000 franchi, a cui non si potrebbe far fronte senza contrarre un debito ruinoso».

Che le condizioni economiche dei seminaristi non fossero sufficienti in quegli anni per mantenersi in seminario, è testimoniato anche da una «Nota degli alunni che non pagano l’intiera retta per disposizione di Monsig. Vicario» e rettore del seminario, Rosario Riccioli: erano ben 68 su 147, cioè il 46,25%. Per i chierici le cui famiglie non erano in grado di fornire neanche il minimo per il patrimonio sacro, negli anni di sede vacante 1861-1867, il vicario capitolare Gaetano Asmondo aveva fondato la “Opera pia a favore dei chierici poveri di Catania”. Riusciva a mantenere 12 chierici della città; in mancanza di essi potevano essere assistiti chierici dei comuni della diocesi, preferendo coloro che si distinguevano nella condotta e nella preparazione culturale.

L’Opera pia, dopo un periodo di decadimento in seguito alla morte dell’Asmondo, era stata rimessa in vigore dal decano del capitolo cattedrale Antonio Cesareo, poi vescovo ausiliare di Francica Nava, e con decreto reale dell’11 marzo 1886 ricevette il riconoscimento della personalità giuridica civile.

Quando e perché nasce l’OVE

Il primo riferimento, sebbene indiretto, può cogliersi nell’enciclica di Pio IX Singulari quidem (17 marzo 1856). In riferimento all’esigenza di avere per quel tempo ministri capaci, prestigiosi per santità di vita e per preparazione culturale, al fine di difendere «la causa di Dio e della sua Santa Chiesa», il papa esortava i vescovi a «pregare gli insigni ecclesiastici delle vostre Diocesi, i laici più dotati di ricchezze e ben disposti verso il cattolicesimo, di seguire il vostro esempio e di offrire di buon cuore una qualche somma di danaro perché possiate costruire nuovi seminari e fornire una congrua dote con la quale educare i Chierici adolescenti o fin dalla prima età».

Nel 1883 a Parigi venne istituita l’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche, alla quale vennero concesse non poche indulgenze per segnalare l’importanza che ad essa si attribuiva e per favorirne la diffusione tra i fedeli.

Con apposito decreto della Sacra Congregazione del Sant’Ufficio, Adest profecto del 29 maggio 1913, venivano ampliate le indulgenze ai soci dell’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche. Il decreto volle rispondere alla richiesta dei membri dell’Opera, della quale numerosi gruppi erano sorti in tutto il mondo, di poter ottenere favori spirituali a fronte dell’impegno a promuovere, incoraggiare, tutelare e sostenere le vocazioni ecclesiastiche.

Pio XI, con la lettera apostolica Officiorum omnium del 1° agosto 1922, sollecitava tutti coloro che amano la Chiesa ad istituire l’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche a sostegno della formazione dei ragazzi che in casa, nelle parrocchie e nei seminari davano buona speranza di pervenire al sacerdozio.

Con il motu proprio Cum nobis, del 4 novembre 1941, papa Pio XII istituiva l’Opera delle Vocazioni Sacerdotali, con il compito di «intensificare tra i fedeli […] il desiderio di promuovere, custodire

ed aiutare le vocazioni ecclesiastiche; divulgare la retta conoscenza della dignità e necessità del sacerdozio cattolico; unire i fedeli di tutto il mondo in comunione di preghiera».

L’Opera venne riconosciuta valida dal Concilio Vaticano II che ha sancito come la «fattiva partecipazione di tutto il popolo di Dio all’opera delle vocazioni corrisponde all’azione della Provvidenza divina» (Optatam totius, 2).

Quando e perché nasce l’OVE nella diocesi di Catania

Fin dal 1920 l’arcivescovo Francica Nava diede vita in diocesi all’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche, in ottemperanza alle direttive della S. Sede. Ne affidò la responsabilità e il coordinamento al suo vescovo ausiliare, Emilio Ferrais, che era anche il rettore del seminario. Considerato «vescovo seminarista», rinnovò metodi e contenuti della formazione dei chierici e apportò una radicale ristrutturazione degli antichi e non idonei locali del seminario sito in piazza Duomo. Locali distrutti dai bombardamenti del luglio 1943. Alla sua scuola, in particolare, si è formato il rettore che ha educato generazioni di seminaristi: Francesco Pennisi, in seguito primo vescovo di Ragusa.

Il 17 febbraio 1927, in occasione di una riunione del clero diocesano in seminario, si avviava ufficialmente l’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche nella diocesi di Catania. «E quella che allora appariva – annotava l’anno successivo Ferrais – una creaturina appena nata, vagiente tra le fasce, senza voce e senza moto, in pochi mesi crebbe e divenne gigante». Organo ufficiale dell’Opera, di collegamento e di formazione fra gli associati oltre che fra i seminaristi e il clero diocesano, divenne la pubblicazione periodica voluta da Ferrais L’Eco del Seminario, il cui primo numero vide la luce il 13 marzo 1927. Il periodico divenne anche la via attraverso la quale convogliare le offerte dei fedeli e degli amici del seminario, non solo dai comuni della diocesi e dalla Sicilia ma anche da altre parti d’Italia e perfino dell’America.

Nel 1928 erano 51 i seminaristi sostenuti dall’Opera, con un impegno di spesa di lire 32.680 del tempo (intorno a 28.000 euro di oggi). Al clero diocesano Ferrais sollecitava l’impegno di parlare dell’Opera «sempre, dovunque, con tutti, la si illustri, la si diffonda, la si difenda, la si aiuti. La sua conoscenza e il suo sviluppo hanno vivi riflessi sulla onorabilità e sulla fecondità del nostro sacerdozio e del nostro ministero. Io la considero una mia figlia prediletta, e desidero e domando che tale predilezione sia nel cuore di tutti, e specialmente dei Sacerdoti, che ne sono i tutori, e più particolarmente dei Delegati, che hanno assunto l’impegno di consacrare ad essa la loro attività disinteressata ed amorosa».

Visti gli ottimi risultati della raccolta di contributi a favore del seminario, il 28 gennaio 1928, Francia Nava eresse canonicamente l’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche di Catania, «considerato che essa e per lo scopo che si prefigge, e per la condizione dei tempi attuali è destinata a riuscire assai proficua all’incremento ed alla coltura delle vocazioni allo stato ecclesiastico; visto che la medesima ha preso nella nostra Archidiocesi uno sviluppo consolante per i risultati finora avuti e promettenti per l’avvenire; volendo incoraggiare quanti sono o saranno i Soci dell’Opera, col metterli a parte dei Tesori spirituali della Chiesa, larga remuneratrice delle opere sante, e particolarmente delle Indulgenze concesse dal Sommo Pontefice Pio X il 29 maggio 1913, erigiamo canonicamente la suddetta Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche nella Nostra Archidiocesi sotto il titolo e la protezione di S. Agata V. M. e come Direttore ne nominiamo il Rettore pro tempore del Nostro Seminario Arcivescovile».

L’Opera riscosse ottimi risultati fin dalla prime settimane, e il rettore Ferrais ritenne doveroso renderne partecipe il papa, inviandogli una copia di L’Eco del Seminario dove c’era il rendiconto del primo anno di lavoro. Pio XI espresse il suo compiacimento tramite il card. Bisleti, prefetto della Congregazione dei Seminari e delle Università, con una lettera a Ferrais datata Roma 31 gennaio 1928, e riportata integralmente in L’Eco del Seminario del 19 marzo 1928: «Ho esaminato il Resoconto del primo anno di lavoro e sono rimasto assai lieto dei buoni frutti che da tale Opera si raccolgono in favore del Pio Istituto. E certamente ne sarà più d’ogni altro consolato il cuore paterno di cotesto venerato Cardinale Arcivescovo che tante e tante cure ha prodigato e prodiga pel Seminario. Siano dunque lode e azioni di grazie al Cuore SS. mo di Gesù che così visibilmente benedice gli sforzi dei buoni e dei volonterosi in favore dell’educazione dei Suoi ministri e di nuove vocazioni allo stato ecclesiastico».

Da un discorso tenuto da Ferrais ai dirigenti delle associazioni cattoliche presenti in diocesi, si capisce come lui vedeva l’OVE: «L’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche è la mano materna, che trasporta i fiori nelle aiuole del Seminario, ed ivi li nutre, li coltiva, ne fa delle piante vigorose e veraci, ne fa dei Sacerdoti, provvisti di pietà, di scienza, di zelo apostolico. E noi continueremo a lavorare, superando ogni difficoltà, ogni ostacolo, ogni diffidenza. Abbiamo la coscienza e sentiamo il dovere di lavorare per una causa santa, per un’Opera nostra, per l’avvenire della Diocesi nostra».

Il vescovo-rettore del seminario notò pure che sempre più seminaristi provenivano da famiglie povere, e che spesso occorreva prendersene cura del tutto: «e le vocazioni ci sono, sapete, sì, ci sono, ma per un fenomeno che appartiene ai misteri della Provvidenza, è soltanto la classe povera che le dà. Il fiore che spunta ove è arido il terreno, ove scarsa è la pioggia, prima ancora di aprire la corolla, reclina il capo e muore. Le vocazioni che germogliano in seno a famiglie povere, se una mano benefica non le raccoglie, non le educa, si perdono nel tumulto del mondo».

La capillare attività dell’OVE e il suo strumento di collegamento, L’Eco del Seminario, insieme alla raccolta di fondi da destinare al sostegno dei seminaristi bisognosi e alle ordinarie necessità economiche del seminario, permise pure di realizzare finalmente la biblioteca grazie alla somma di 20.000 lire date dalle due Casse Agrarie “P. Musco»” di Adrano e “S. Placido” di Biancavilla.

Tra i tanti benefattori figuravano alcuni circoli maschili cittadini, come per esempio il “Circolo Toniolo” o il “Circolo S. Francesco Saverio” e circoli femminili come “Dame Cristiane” o “Gruppo Donne Cattoliche”. Anche le confraternite di alcuni paesi, come per esempio la “Confraternita dell’Addolorata” di Paternò e la “Confraternita della Misericordia” di Bronte diedero il loro contributo. C’erano pure scuole di catechismo che diventavano soci benemeriti dell’Opera

Vocazioni Ecclesiastiche, come le “Bambine del Catechismo” della parrocchia S. Cuore al Fortino. Senza contare, poi, le offerte che arrivavano da istituti maschili e femminili dell’intera diocesi.

Il risultato principale della capillare rete di collegamento istituitasi velocemente, grazie a Ferrais in questa prima fase e ai suoi successori in seguito – i rettori Salvatore Russo (1929-1932, vescovo di Acireale) e Francesco Pennisi (1932-1950, vescovo di Ragusa) -, potrebbe considerarsi piuttosto l’avvio e il consolidamento di una stabile e cordiale relazione del seminario con il clero e i fedeli. Di essa, per alcuni decenni, può dirsi che era possibile riscontrarla in tutti i settori dell’intera diocesi.

Non che per l’impianto e l’avvio dell’OVE fossero mancate le difficoltà, e anche una certa iniziale diffidenza. I benefici, nondimeno, furono presto sotto gli occhi di tutti e, grazie anche ad una buona dose di umorismo e autoironia, si riuscì a creare un clima di generale fiducia e collaborazione.

Su L’Eco del Seminario del 13 maggio 1928, in un articolo dal titolo emblematico “Assalto ai soci ordinari”, si legge: «Non si allarmi nessuno, perché si spara solo a salve, tanto per svegliare i dormienti, et dormiunt multi anzi moltissimi. In una diocesi di cinquecento mila anime abbiamo appena cinque mila soci per l’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche cioè l’uno per cento; la sproporzione è sproporzionata e bisogna proporzionarla in proporzione. […] Reverendissimi confratelli, noi siamo più che compresi delle difficoltà del vostro lavoro, ma ancora ci resta tanta strada. […] è inspiegabile ed inescusabile questo assenteismo, questo totale incrociamento di braccia; se noi abbiamo mancato, se noi abbiamo offeso domandiamo il più sincero perdono, si colpisca pure qualcuno di noi, ma non il Seminario. […] L’opera nostra ha poco più di un anno e se noi avessimo detto nella prima riunione che volevamo giungere alla somma di £. 125.000, tutti ci avrebbero riso in faccia, tuttavia vi giungemmo; ora abbiamo posto un palo segnatore, qualcuno ci chiamerà pazzi, ma i fatti ci daranno ragione».

L’apporto delle collette dell’OVE alla gestione del seminario divenne sempre più essenziale ma non si riusciva a garantire la totale copertura delle spese necessarie, tanto per il mantenimento dei seminaristi che per le esigenze della gestione e manutenzione dell’immobile, se spesso L’Eco del Seminario riportava notificazioni del tenore seguente: «Le risorse dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche sono ancora inferiori al fabbisogno strettamente necessario. È d’uopo quindi che si intensifichi da tutti il lavoro, per raggiungere non soltanto il pareggio di bilancio, ma altresì un sensibile vantaggio per poter così dare mano a migliorie che s’impongono».

La molteplice e intensa attività dell’OVE per gli anni 1935, 1936 e 1937 venne registrata in un’apposita pubblicazione annuale, un Calendario, che riportava pure i momenti salienti della vita del seminario, con riflessioni e approfondimenti su temi riguardanti la formazione dei chierici e il ministero presbiterale, redatti dai superiori e dai seminaristi.

A seguito della ricordata fondazione della Pontificia Opera delle Vocazioni Sacerdotali, su richiesta dell’arcivescovo Patanè, l’OVE venne aggregata ad essa con decreto del card. Pizzardo, Prefetto della S. Congregazione dei Seminari, 8 dicembre 1947, e le venne assegnata la posizione giuridica di Filiale. Nonostante il periodo post-bellico presentasse non poche difficoltà per le famiglie, tuttavia l’Opera riuscì a promuovere una fitta rete di solidarietà verso il seminario, grazie al generoso impegno di un gran numero di donne dedite a zelare - comunemente conosciute appunto come zelatrici - il sostegno ai seminaristi, tanto materiale con le collette, quanto spirituale con la preghiera e l’adorazione eucaristica, personale e di gruppo. La loro dedizione, anello di congiunzione tra il seminario e le parrocchie, portata a conoscenza dei seminaristi perché si sentissero pensati e amati, favoriva in questi un sentimento di gratitudine verso di loro e in certo qual modo una maggiore responsabilità nell’itinerario di preparazione al ministero presbiterale garantito dal seminario.

Superato un periodo di crisi, in concomitanza con il rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II, il 7 ottobre 1986 l’arcivescovo Domenico Picchinenna promulgò il nuovo Statuto dell’OVE, in precedenza discusso in Consiglio presbiterale. Il testo recepì gli orientamenti conciliari, in special modo il decreto Optatam totius, e l’azione dell’OVE venne coordinata con il Centro Diocesano Vocazioni, puntando più sulla promozione delle vocazioni al sacerdozio ministeriale che sulla raccolta di contributi a favore del seminario. Così, vennero riscritte le finalità dell’Opera e il fondamento della sua attività.

Alcuni articoli del nuovo Statuto permettono di meglio intendere la collocazione ecclesiologica dentro cui si volle ri-collocare l’OVE, quasi una rifondazione, e le finalità che ad essa vennero ora attribuite, mantenendola in piena sintonia con la sua storia e la tradizione diocesana.

Quattro le finalità essenziali per cui era costituita: «a) per promuovere nella comunità cristiana maggiore apprezzamento e stima del Sacerdozio; b) per richiamare il precetto di Gesù: “Pregate perché il Signore mandi operai nella sua messe” e per offrire occasioni e modi per praticarlo; c) per rendere le nuove generazioni più attente e sensibili alla voce di Gesù che chiama e per offrire ai chiamati al Sacerdozio gerarchico pieno sostegno; d) per rafforzare la solidarietà diocesana verso il Seminario» (art. 2).

Prima ancora che alla raccolta di contributi per il sostegno economico del seminario, «L’OVE riporrà la sua piena fiducia nei mezzi soprannaturali, perché le finalità per cui lavora dipendono solo dalla grazia di Dio, alla quale non mancherà di offrire un’attiva e fedele collaborazione» (art. 6).

Compito dell’OVE era anche quello di promuovere una corretta visione della vocazione al sacerdozio, con particolare attenzione alle nuove generazioni: «L’OVE proporrà alla comunità diocesana incontri culturali per approfondire il tema della vocazione sacerdotale

nella Parola di Dio, nelle opere dei Padri, nei documenti della Gerarchia, nella storia della Chiesa, ricercando a questo fine l’aiuto di qualificati teologici. Rivolgerà la sua attenzione alle nuove generazioni con iniziative ben studiate nel linguaggio e nelle tecniche, per illustrare il posto e la funzione del sacerdote nella vita della Chiesa. Farà conoscere ai fedeli dell’Arcidiocesi la vita e i problemi del Seminario» (art. 7).

Ogni anno l’OVE avrebbe dovuto riservare almeno due incontri «ai ragazzi, per svolgere attività di carattere formativo, in relazione alle finalità che le sono proprie». A tal fine, si sarebbe rivolta anzitutto ai gruppi parrocchiali di ragazzi, promuovendo fra loro l’Associazione Piccoli Amici del Seminario (art. 11).

L’appartenenza e le iniziative dell’OVE assumevano per i suoi membri una chiara valenza di carattere spirituale e un ovvio impegno di esemplarità di vita cristiana: «La devozione a Gesù, sommo ed eterno Sacerdote, qualifica l’appartenenza all’OVE e va considerata aspetto importante della propria santificazione. Il membro dell’OVE trovi nel suo impegno un motivo di fervore spirituale, sia assiduo alla celebrazione del Sacrificio eucaristico, alla preghiera, ai Sacramenti, e pratichi intensamente le virtù cristiane. Sostenga con il suo esempio e la sua preghiera gli altri responsabili e coltivi atteggiamenti di concordia e di generosa dedizione» (art. 12).

L’arcivescovo Luigi Bommarito, poco tempo dopo l’inizio del suo ministero episcopale in diocesi, ritenne opportuno mutare la denominazione dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche in Opera Vocazioni Sacerdotali, registrando in tal modo il superamento di una prospettiva che rischiava di restare ingabbiata in logiche clericali.

Vi è un futuro per l’OVS? Quale e perché?

Queste brevi note di storia dell’OVE/OVS lasciano trasparire un tratto certamente non secondario della storia della nostra Chiesa locale. Dicono di un’Opera che ha permesso a non pochi giovani di pervenire al presbiterato, anche grazie al supporto economico garantito dalla generosità dei fedeli promossa dalle zelatrici dell’OVE. Il loro impegno, spesso una vera e propria dedizione di lunghi anni a servizio del seminario, ha consentito la copertura della retta mensile a seminaristi per i quali la famiglia non era in grado di far fronte. La tradizione che così si è venuta man mano componendo, per evitare il rischio della perdita della memoria e dei valori in essa contenuti, ha bisogno di essere puntualmente ricostruita e riconsegnata alle comunità ecclesiali. Recuperarla e valorizzarla opportunamente potrà contribuire a far crescere nelle comunità ecclesiali una maggiore affezione verso il sacerdozio e verso i presbiteri, su cui far leva anche per una solida attenzione verso il seminario e le sue esigenze, di carattere non solo economico.

Nello spirito dello Statuto promulgato da Picchinenna, figlio dell’ecclesiologia del Vaticano II, l’OVS invita a ripensare la vita cristiana in dimensione vocazionale e a declericalizzare la visione del sacerdozio ministeriale. In tal senso, sarebbe quanto mai opportuno un collegamento stabile con altre realtà pastorali operanti in diocesi, in primo luogo il centro diocesano vocazioni. È evidente l’esigenza di allargare gli orizzonti verso un impegno che promuova formazione e comprensione vocazionale della vita cristiana, prima e più della raccolta di offerte in denaro per sostenere le finalità del seminario e la vita dei seminaristi. Cosicché, quest’ultimo aspetto, nato come primario e sicuramente tuttora da non far venir meno, meglio si comprende se collocato nell’ambito di un processo formativo e di una maturata corresponsabilità alla vita della comunità ecclesiale, a servizio della quale il seminario è posto come tempo e luogo per la preparazione al sacerdozio ministeriale.

Può dirsi, allora, che vi è un rapporto osmotico tra OVS e seminario. La prima, come espressione della sollecitudine delle comunità ecclesiali verso il seminario, al fine di garantirsi quantità e qualità di presbiteri. Il secondo, per percepire in modo stabile ed effettivo il sostegno di tutta la Chiesa locale, sia delle comunità parrocchiali come pure delle diverse forme di associazionismo ecclesiale, fra le quali sembra che ancora ha bisogno di lievitare una maggiore sensibilità verso il seminario diocesano. Il seminario viene così aiutato ad affrontare, con serenità anche economica, la sfida della formazione culturale, spirituale e pastorale dei futuri presbiteri, per metterli in grado di saper rispondere in modo adeguato e nel lungo periodo alle sempre più veloci mutazioni culturali e sociali che la Chiesa locale è chiamata ad affrontare.

Don Gaetano Zito, Eco del Seminario, 2014, pp. 14-17.